Scrittura di successo: dalle stalle alle stellate (cellule)

Scrittura di successo: dalle stalle alle stellate (cellule)

Eri proprio convinto che lì, in quel punto esatto, ci fosse un buco nero. Ma non uno di quei buchi neri che, semplicemente, risucchiano tutto. Un buco nero atipico. Un buco nero in cui le cose non spariscono ma si trasformano. E si trasformano tanto che intere giornate diventano inchiostro nero. Poi hai capito che no, non avevi in testa un buco nero. Ma un viale di (cellule che sembrano) stelle. Così, in pieno stile Walk of Fame, hai iniziato a capire come uscire dal luogo comune (e quindi troppo affollato, inflazionato) del blocco dello scrittore, come tirarti fuori dal tuo stato di stallo e raggiungere le stelle. Pedalando sulle tue penne come se fossero di una ruota i raggi.

Potenziale d’azione

Il tuo potenziale diventa davvero d’azione quando sfrutti appieno la potenza delle tue parole, quella che hai covato lettera dopo lettera, per aprire le ali e spiccare il volo. Le cellule nervose sono stellate proprio come dovrebbero mirare a diventare i tuoi scritti: immagina le tue parole come stelle che spiccano stagliandosi sullo sfondo senza però tagliare i ponti col resto del cielo. Quando il potenziale d’azione viene generato è il momento in cui la miccia è stata accesa, l’incendio ormai appiccato: adesso, nel tuo scritto, non ti resta che lavorare per piccare al punto giusto ricordando che il tuo lettore desidera essere pungolato, stimolato.

Ingresso di cariche positive

Non c’è potenziale d’azione senza ingresso di cariche positive. Nella stesura di un post o nella scrittura di un pezzo di narrativa, questa non è altro che la fase dell’ispirazione. Come per inspirare bene devi  aprire bene le narici così per farti i(n)spirare dagli spunti che  ti solleticano il cervello devi aprirti alle cariche positive che sono continuamente intorno a te. E non attendono altro che tu le faccia entrare.

Depolarizzazione

Lasciar entrare gli stimoli positivi, quelle cariche che caricano ogni lettore come farebbe un complimento sincero che fa da incitamento, significa inoltre rinunciare a qualcosa: a cosa? A quello per cui, a questo punto, nell’elettroencefalogramma di ciò che stai scrivendo, non c’è più posto: le cariche negative. La depolarizzazione è quindi il momento in cui il livello dei timori e dei dubbi scende. Ed è una fase necessaria affinché tu poi ti senta pronto a alzare il sipario sul tuo blog a cui stai lavorando già da un po’, affinché che tu ti senta sufficientemente spronato e preparato a dare alla luce quello scritto che non tieni neanche  nel cassetto ma sotto il letto perché hai paura che ti sia permesso solo sognare di vederlo pubblicato.

Soglia

Hai voglia di imbarcarti in un nuovo progetto letterario.  Ti senti pronto a navigare su fiumi d’inchiostro, così decidi di salpare. Eppure, nonostante la tua (apparente) sicurezza e convinzione ti trovi presto a tirare i remi in barca senza più nessuna voglia di veleggiare. Tutto ciò come si può evitare? Non tutti gli stimoli sono nati per andare in porto: esiste una soglia che è la depolarizzazione minima che occorre raggiungere perché nasca un potenziale d’azione. Insomma, perché un’azione proceda a vele spiegate è necessario che si sia immagazzinato abbastanza carburante per non ritrovarsi a metà percorso senza più energia da investire. E in più con la terribile sensazione che questo investimento sia in realtà uno spreco.

L’impulso e la sua propagazione

Quando nasce un impulso nervoso nasce una scintilla speciale: l’impulso infatti si propaga lungo le fibre nervose senza attenuarsi. Succede lo stesso quando sei così preso da un’idea che ti frulla nella biro che il passare dei giorni non fa altro che farti diventare sempre più convinto della validità del tuo proposito.  Quando giochi al meglio le tue carte l’inchiostro con cui scrivi sulla cartina che ti indica la meta non si scarica mai.

Tutto o nulla

Nel sistema nervoso funziona così: c’è un aut aut a cui non ci si può sottrarre. Allo stesso modo, quando ti trovi a fare i conti con la scrittura, anche tu non puoi fare a meno di compiere delle scelte radicali. Del resto la motivazione, quella che ti permette di impegnarti senza che il tuo entusiasmo sia spento anche da una tempesta di imprevisti è come un interruttore: o è accesa o è spenta. Per riuscire a lavorare al tuo primo libro, al tuo racconto, al tuo blog, al tuo biglietto d’auguri (vogliamo forse sottovalutare la difficoltà della scrittura di un biglietto d’auguri?) devi perciò trovare uno sbocco alla tua creatività che sia capace di accendere la tua fantasia e la tua voglia di progettualità.

Potenziale di riposo

Il risposto non è necessariamente totale inattività: quando ci si riposa si è attivi in modo diverso. Anche prendersi il proprio spazio dagli scritti serve, no? C’è un equilibrio da preservare anche quando, apparentemente, non c’è qualcosa che ci si sta impegnando anima e corpo a fare: la sanno lunga sul necessario periodo di potenziale di riposo le anatre che da fuori sembrano ferme mentre sott’acqua pedalano come matte.

Periodo refrattario assoluto

Durante il periodo refrattario assoluto una cellula stellata è imperturbabile. Capita anche a te, vero? Sei lì che ti arrovelli su quella frase di chiusura (ricordati quanto possono essere difficili le chiuse quando ti troverai a leggere la fine di questo post!), su quella parola che non ti convince del tutto e ti sembra infinitamente distante quello che succede fuori dal tuo cielo in cui ti stai esibendo nel tuo volo da albatros. Ci sono momenti, nelle fasi di scrittura, in cui hai tra le mani il tuo progetto ed è importante tu rimanga focalizzato, in maniera esclusiva, su quello.

Periodo refrattario relativo

A volte invece concentrarsi soltanto su un obiettivo, tagliando fuori tutto il resto, non aiuta la tua penna a essere più tagliente ma anzi toglie nuove potenziali opportunità. Quando ti rendi conto che la storia che stai scrivendo (e al tempo stesso che stai vivendo perché per uno scrittore nel sangue la scrittura è vita che gli scorre dentro) è refrattaria solo relativamente allora puoi lasciarti eccitare da un altro stimolo. A patto però che sia d’intensità superiore al precedente.

Mantieni i nervi saldi: ci sono ancora 5 domande per te!

Quando si finisce di scrivere un post, secondo me, la vera famigerata call to action è bello anche quand’è qualcosa che hai voglia di chiedere ai tuoi lettori perché, in primis, sono domande che poni a te.

  1. Pensi di conoscere il tuo potenziale?
  2. Cosa stimola la tua voglia di servirti della scrittura?
  3. Quando devi passare all’azione in un progetto cosa ti dà la carica?
  4. Quali sono le zavorre inutili che non fanno che allontanarti dal tuo obiettivo?
  5. Preferisci mirare a un unico bersaglio o funzioni meglio impegnandoti su più fronti?
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15 pensieri su “Scrittura di successo: dalle stalle alle stellate (cellule)

  1. 1: sì, forse sì, ma non lo sfrutto.
    2: la scrittura è per me un collegamento col mondo. O forse collega il mio mondo interno con quello esterno. Questa domanda forse genererà un post 🙂
    3: il pensiero di vederlo concluso e registrarne i risultati, per poi passare a un altro.
    4: le sconfitte passate, che soverchiano i successi.
    5: sempre su più fronti. Io mi annoio facilmente, ho bisogno di variare in continuazione, il mio periodo di concentrazione su un’unica cosa è molto basso.

    Belle domande, cui non è così facile rispondere. Devi riuscire a fare i conti con te stesso.

    1. 1) Ma se non lo sfrutti, non lo fai fruttare, no? E non va mica bene, Imperatore di Pennaland!
      2) Non vedo l’ora di leggerlo allora 🙂

      E quando fai i conti con te stesso… Forse riesci a contare davvero qualcosa 😉

  2. 1 – Non conosco il mio potenziale, e credo che cambi continuamente. Non sono la stessa di dieci anni fa, di un mese fa, di ieri.
    2 – A muovermi è la voglia di condividere con gli altri una storia che mi suscita sentimenti intensi.
    3 – A darmi la carica è la forza dell’idea. Non me ne vengono molte, di idee, ma per fortuna quelle poche capita che mi convincano.
    4 – A zavorrarmi sono le difficoltà nel farmi leggere. Visto il motivo che mi spinge a scrivere, figurati che effetto mi fa parlare da sola!
    5 – Mi impegno su più fronti, sempre. Non voglio mettere un mio lavoro sull’altare, e per questo non c’è niente di meglio che pensare al sucessivo già mentre sono impegnata con il primo.

    1. 1) Quindi “conoscerlo” forse, in fondo, non è “così importante” dato che è un dato che cambia continuamente… Meglio impegnarsi soprattutto a usarlo al meglio senza star lì a sottilizzare sull’esatto valore del potenziale.

      4) Quali sono queste difficoltà che incontri nel farti leggere?

      1. Sì, credo che sia bello coltivare il proprio ignoto potenziale senza metterlo sotto la lente d’ingrandimento; bello, e proficuo.
        Le difficoltà di cui parlo sono quelle che incontri a pubblicare e dopo avere pubblicato con un editore che non ti promuove. E’ difficile non comparare il tempo e le energie spese a scrivere con le poche copie vendute. Purtroppo se non riesci ad attirare l’attenzione di un editore importante resti quasi invisibile.

      2. Grazia, posso approfittare della tua esperienza da scrittrice pubblicata e chiederti che ne pensi del self-publishing? 🙂
        (Probabilmente avrai già espresso il tuo parere nel blog di Daniele ma al momento mi sfugge…)

      3. Esperienza davvero piccola, ma un mio parere ce l’ho. Come lettrice non compero libri autopubblicati, salvo casi particolari (consigli di amici, principalmente). Ci sono testi in giro che non vedresti mai pubblicati se non a pagamento; carenti, dilettanteschi, insomma una tristezza. Un autore che non ususfruisce di un editing serio deve essere incredibiimente bravo per non fare questo effetto, perché l’occhio di un esterno competente è fondamentale per portare il testo a un livello appetibile. Sono convinta che esistano anche autori bravi autopubblicati, ingiustamente penalizzati dal problema di cui sopra, ma questo non cambia le mie scelte come lettrice. In parte per lo stesso motivo non sono interessata ad autopubblicare io stessa. Se devo pagare per avere un editing e poi trovarmi un pubblico da sola… beh, allora preferisco insistere con l’editoria tradizionale, dove almeno non spendo.
        Questo ragionamento però fila fino a un certo punto. Di recente si è visto che alcuni editori importanti vanno a pescare anche tra gli autopubblicati con buone vendite, quindi? Non è facile valutare. Comunque credo che ricorrerei all’autopubblicazione solo se avessi un testo cui tengo molto che per qualche motivo non fosse proponibile agli editori, oppure se fossi sicura di avere un pubblico già pronto (sai, tipo un manuale di arrampicata quando sei il presidente dell’Associazione Arrampicatori). Tengo d’occhio l’evoluzione del settore, però. Non si sa mai.

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