Questa non è una recensione

Questo non è un post

Sì, hai proprio letto bene. Questa non è una recensione. Forse non è neanche un vero e proprio post. Quindi prendi questo non-post come uno spunto spuntato all’improvviso. Uno spunto che dà una spinta alla tua voglia di spingerti oltre. Un post che ti spinge a dare una spuntata alla tua continua voglia di cercare altrove risposte. Un post che parte da un libro come si parte da una stazione con la convinzione che tutti i treni siano uguali per il solo fatto di essere figli della stessa stazione. Ma non è mai così. Ti va di combinare i tuoi binari coi miei?

Pre-messa

C’è che la lettura ha un che di mistico, no? Sembra quasi una celebrazione. Tu sei lì, sul letto, sul divano, per terra con la schiena contro un muro come se fosse la tua schiena a reggere il muro e la casa intera. Hai messo via tutte le distrazioni perché il libro che stai sfogliando ha fatto da messo per un qualche messaggio che ti ha spogliato di qualche maschera ma ti ha regalato tanta linfa in più.

S come straniamento o…

In letteratura lo straniamento è quell’effetto di sovvertimento della consueta percezione della realtà. Con lo straniamento, infatti, si rende l’abituale percezione delle cose insolita perché insolito è il punto di vista scelto per descriverle. Pensa a Verga, per esempio. Dai un’occhiata alle sue opere veriste e guarda come sa adottare, per raccontare un avvenimento o rappresentare una persona, un punto di vista completamente estraneo all’oggetto della narrazione. Risultato? Il lettore si sente orfano di un’interpretazione univoca della realtà.

Tu quando scrivi lasci margine all’interpretazione personale del lettore?

La teoria dello straniamento venne elaborata anche per il cinema (da Viktor Sklovskij). Venne formulata come una formula elaborata. Una formula chimica  i cui risultati risultano sempre essere imprevedibili. Imprevedibili come gli effetti dati dall’assunzione di questa pozione. Una formula chimica che genera una pozione dagli effetti imprevedibili perché imprevedibili sono i reagenti e perché il punto di vista della narrazione può cambiare in qualsiasi momento posizione.

Nel tuo film blog sai cambiare punto di vista e posizione?

Il teatro, naturalmente non è stato da meno. C’è una parola impronunciabile (almeno per me) che si scrive “Verfremdungseffekt” e che altro non è che l’effetto di straniamento utilizzato da Bertolt Brecht. Il teatro, con lo straniamento, si fa epico. Lo spettatore, colpito, stupito, sconvolto, a tratti tramortito, nel teatro espressionista è ora uno spettatore coinvolto e espressamente invitato a essere non più passivo ma pienamente attivo. Il mondo, anche quando è confinato al palco di un teatro, parafrasando proprio le parole di Brecht, non va solo interpretato: va trasformato.

In che modo la tua scrittura…
  1. ti trasforma,
  2. si trasforma,
  3. trasforma chi ti legge?

… S come Sofia

Passi un pomeriggio a leggere un libro che sembra per certi versi, al momento del suo parto letterario, sembra essere stato infettato dallo straniamento. Leggi un libro che, più che un vaso ben costruito, smaltato, decorato, riempito d’acqua e diventato casa per i fiori, somiglia a un’antologia di cocci di vetro: troppo diversi per essere rincollati l’uno all’altro eppure figli dello stesso vaso.

Dato che qui, ancor più che i fiori, ci piace coltivare come batteri le parole che ne pensi di fare un gioco? In ogni libro ognuno di noi può trovare frasi che sono come gemme: puoi indossarle subito e tenerle solo per te o piantarla con la solitudine del lettore e piantare queste gemme anche in altre persone. Per vedere un po’ che frutti danno.

Di impressioni e pressioni

Una mongolfiera dentro una gabbia: è come ti senti tu da quando sei nata

E, in effetti

Sei come un gas, ti espandi appena puoi farlo

Ho sempre guardato alle persone come a delle galassie, degli universi: in espansione. Spazi spaziali immensi con le proprie stelle e i propri buchi neri. Anche tu ti senti così, no? A volte ti sembra di esplodere o implodere, a volte  credi proprio di essere diventato fisso, stazionario, ma in realtà c’è sempre una molla dentro di te che ti spinge a non mollare e che ti spinge a sentirti un universo in espansione.

Tu sei un libro. Sì, hai capito bene: tu sei un libro. La tua copertina può diventare la tua lettera di presentazione ma, se non smetti di prendere alla lettera ogni commento di chi si accosta a te per essere della tua copertina lettore, l’immagine che tu stesso ti sei faticosamente costruito diventerà una prigione.

Di persone e definizioni

Quando l’anarchia verrà, dovresti dirgli, la distinzione tra lavoro intellettuale e manuale scomparirà del tutto, e si potranno costruire case, coltivare campi, battere il ferro e poi scrivere libri senza nemmeno lavarsi le mani

Perché del resto…

Non sono le tue azioni, sosteneva, ma le tue reazioni a definire chi sei.

“Costruire” è un verbo che va bene sia per una casa che per una storia. Alice Munro dice che ogni storia è una casa e Paolo Cognetti dice che ogni casa è una storia.  E poi, a furia di non fare mai in tempo a battere il ferro finché è caldo e cogliere così appieno l’occasione di forgiare la propria storia, si inizia a pensare che forse l’unico modo per non essere battuti è avere un’anima di ferro come la Statua della Libertà.

Tu prima di scrivere ti lavi via dalle mani il resto della tua vita?
E, dopo aver rovistato dentro te per scrivere, ti lavi le mani  ancora grondanti di parole?

Di direzioni e elucubrazioni

È un lavoro pieno di gusto estetico e ti pensiero. E soprattutto di vita. Ma non va da nessuna parte. È questa cosa che all’inizio ti affascina, poi ti disturba, alla fine ti annoia.

E chi aveva fatto questo lavoro questo lo sapeva. Lo sapeva bene che…

Tanto una trama non c’era. C’erano solo la bellezza e il caso.

Mi piace pensare che, se a un certo punto ci troviamo in certi punti, in qualche modo è per una ragione. Anche se magari la ragione è solo darci l’occasione di capire che non sempre c’è una vera ragione.  Magari è solo un modo per trovare una consolazione.

Perché se ti senti fermo e ti sembra di non far altro che girare su te stesso forse lo stai facendo per guardare ciò che hai intorno da ogni angolazione. E magari anche per fare un buco nel terreno. Che è meglio di fare un buco nell’acqua. Come se tu fossi un chiodo e facessi un buco per terra per piantare tutti i tuoi chiodi fissi.

Perciò anche se una trama non c’è, se gli intrecci sono slacciati, anche se i nodi non vengono al pettine quando con la tua imbarcazione percorri tanti nodi (quanto piacerebbe una cosa così a Sofia?) allora le onde in fondo la sanno qual è la tua direzione. Quindi se sei qui forse c’è una ragione.

Di… conclusioni

Una volta mi aveva detto di avere un unico vero talento. Quello di riconoscere la fine delle cose.

Questa, per esempio, è la fine di questo post. Magari l’hai sbirciata sin dall’inizio. Hai fatto come ti piacerebbe poter fare anche con ciò che ti succede nella vita: guardare come va a finire. Però non guardare come va a finire il libro da cui ho preso le citazioni. (Ormai l’hai capito che si tratta di Sofia si veste sempre di nero di paolo Cognetti edito da Minimum Fax, no?)

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15 pensieri su “Questa non è una recensione

  1. Anche io mi segno sempre le frasi che mi colpiscono prese dai libri che leggo.

    No, non mi lavo le mani togliendo il resto della vita, perché la scrittura deve scaturire proprio dalla mia vita. Altrimenti non avrenne nessun sapore e nessun odore.

    E no, non avevo capito che si trattava di quel libro. Ma non ho capito la parte della trama. In una storia la trama è la storia stessa, altrimenti, almeno per i miei gusti, quella storia diventa illeggibile.

    1. Immaginavo che anche tu ti segnassi le frasi e fossi d’accordo sulla miscellanea di “scrittura” e “resto della vita” 🙂
      Quanto al libro… Non ti è chiara la trama tracciata nel sito che ho linkato?

      1. La trama non ero andato a leggerla – l’ho fatto ora, ma non è una storia che m’interessa leggere – non avevo capito che stavi parlando di quel libro. Rispondevo alla tua ultima frase: “Ormai l’hai capito che si tratta di Sofia si veste sempre di nero”. No, non l’avevo capito 🙂

  2. Lasciare spazio all’immaginazione del lettore mi piace e l’ho fatto spesso, in particolare nei racconti, ma non lo sento come necessario. L’interpretazione univoca della realtà è necessaria per calarsi a fondo nel personaggio e renderlo al lettore; ma visto che di solito racconto dal punto di vista di tre o quattro personaggi diversi, alla fine c’è un’interpretazione corale della realtà.

    1. Quindi con l’interpretazione corale dai al lettore anche la possibilità di scegliere quale voce è più gradita al suo orecchio, giusto? Scrivere così, raccontando da più punti di vista, lo trovo decisamente affascinante 🙂

    1. Pensavo che “dover decidere cosa fare” indicasse non aver preso una direzione. Quindi non avere a conti fatti un percorso. E invece…
      Si scoprono sempre cose nuove a parlare con Andrea Girardi! 🙂

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