La stagione della scrittura (Parte 3)

La stagione della scrittura (Parte 3)

Gli ombrelloni sono ancora aperti. Ombrelloni che potrebbero ben ripararti da una pioggia di occasioni. Quelle occasioni che a volte si preferisce schivare per paura delle conseguenze che dopo averle colte si dovranno sopportare. Gli ombrelloni però presto si chiuderanno. Come le porte che si chiudono in faccia al vecchio anno quando sulla soglia ce n’è già uno nuovo. Un nuovo anno in compagnia della scrittura. Gli ombrelli si chiuderanno perché “l’estate sta finendo”. Quindi un anno se ne va. E stai diventando grande. Anche se, magari, non ti va perché non ti va di cambiare classe come durante gli anni della scuola. Perché, anche se sai che per te la classe non è acqua ma inchiostro, l’idea di cambiare la classe del tuo vagone ti fa venire il magone. Perché, anche quando si tratta di far fare un salto di qualità alla tua scrittura, saltare vuol dire sempre rischiare e trovare il coraggio per iniziare  un nuovo percorso come scrittore.

Il meme che mi ha incuriosito sul blog di Daniele Imperi ha dato vita a una reazione a catena. A un post che da uno è diventato trino. Del resto siamo qui per scrivere, non per alle bambole pettinare il crine. Se l’inverno, prima che una stagione, è uno stato d’animo, ogni stagione della scrittura può esplodere in tutta la sua potenzialità se si riesce a esprimersi senza catene. Ti va di vedere come sono concatenati i mesi dell’anno alla scrittura?

Ottobre: scrittura autobiografica

Quando leggiamo dedichiamo alla pagina molto più che il nostro solo sguardo. Diamo ai libri il nostro tempo, la nostra attenzione. Affidiamo loro la costruzione di una nostra nuova idea, diamo loro l’onere e l’onore di aiutarci a formare una nostra opinione. Allo stesso modo quando scriviamo i mondi che creiamo non saranno abitati soltanto dai personaggi a cui daremo vita ma anche da noi stessi.

Io sono nata a ottobre. Con uno di quei travagli interminabili come i travagli che a volte precedono i tuoi scritti più riusciti.  Scritti che per il solo fatto di essere figli della tua penna portano con loro qualcosa di te. Perché in fondo, a ben pensarci, non è forse vero che ogni scritto è un po’ anche un’autobiografia?

Quanto, più o meno volontariamente, parli di te stesso nei tuoi scritti?

Novembre: “november rain” e scritti vissuti

A volte leggi libri che ti fanno piovere dentro. Letture che ti provocano una tempesta di emozioni. E ci sono libri che inizi a scrivere perché una storia ti ha folgorato, per una certa trama hai avuto il fatidico colpo di fulmine. Ma “niente dura per sempre”. Neanche la passione per una storia su cui stai riversando ogni tua passione. Indossando, da scrittore, i panni di Giove che decide se e quando piove.

A volte tenere vivo l’amore per la scrittura sembra arduo come “far durare una candela nella fredda pioggia di novembre” ma certe volte ciò che serve è lasciarsi avvolgere dallo scorrere del tempo.  Non sempre la voglia di scrivere viene a picchiettare contro la tua finestra quando te l’aspetti: ma anche i momenti apparentemente sterili possono essere utili per picchiettare, per piantare i paletti necessari per inquadrare il proprio percorso da scrittori.

Come tieni viva la passione per le tue storie?

Dicembre: la natività della scrittura

C’è una difficoltà che, almeno secondo me, è comune a molti amanti della scrittura. Quindi, magari, riguarda proprio anche te: è la difficoltà a individuare il momento esatto in cui si è iniziato a scrivere. Anche nel tuo caso, come nel mio, hai la sensazione che l’amore per la scrittura sia nato con te?

Quando hai iniziato a scrivere?
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15 pensieri su “La stagione della scrittura (Parte 3)

  1. Ma dai, sei nata a ottobre? 😉

    – Non parlo apertamente di me nelle mie storie, anche se ho scritto un racconto autobiografico, anche se non ho detto che lo era. Però, come sai, quando scrivi, in ogni cosa che scrivi, c’è un pezzo di te.

    – Iuppiter pluvius? 🙂
    Come tengo viva la passione per le storie? Bella domanda, non so mica rispondere. Forse il pensiero che quelle idee diventino storie concrete, qualcosa di vivo. E anche il pensiero che qualcuno, là fuori, possa apprezzarle.

    – Non ricordo neanche io quando ho iniziato. Da bambini progettavo libri, ma quando ho proprio iniziato, non ricordo.

    1. Mi sa che c’è qualcosa di strano nell’aria di ottobre, concordi? 😉

      – Sì, sono assolutamente d’accordo:”in ogni cosa che scrivi c’è un pezzo di te”. E, sai che c’è? Penso che forse, paradossalmente, meno sei avvezzo a parlare di te, in generale, più frammenti della tua storia si dissemineranno nella storia che stai scrivendo.

      “Come tengo viva la passione per le storie? Bella domanda, non so mica rispondere. Forse il pensiero che quelle idee diventino storie concrete, qualcosa di vivo. E anche il pensiero che qualcuno, là fuori, possa apprezzarle”
      In pratica sopporti la gestazione perché ti immagini la tua creatura prendere vita! Bello!

      – Il primo libro che ho progettato, ora che mi ci fai pensare, credo proprio fosse poco adatto all’età che avevo quando l’ho pensato… Chissà comè mi è venuto in mente!

      1. La storia di un serial killer che uccideva tutte le donne che avevano gli occhi dello stesso colore della sorella da cui era stato brutalmente separato per-non-mi-ricordo-quale-atroce-e-inconfessabile-ragione.
        Non guardavo ancora gli horror, giurin giurello! 😀

  2. Tener vivo l’amore per la scrittura è come “far durare una candela nella fredda pioggia di novembre”.
    Citando questa canzone, hai provocato una scossa elettrica nel mio cervello (o quel che ne resta).

    Il momento in cui ho iniziato a scrivere è indelebile nella mia mente.

    Da piccolo amavo le avventure. Leggevo di personaggi alle prese con situazioni pericolose e nemici alle costole, in giro per il mondo in cerca di fama, di gloria, di tesori o luoghi misteriosi e sognavo di poter, un giorno, ricalcare le loro orme.
    Indiana Jones al cinema come Jules Verne nei libri, mi portavano ogni volta a sognare ad occhi aperti, ma svegliarsi era sempre traumatico: finito il libro, letta l’ultima riga, tornavo sempre qualche pagina indietro per rileggerne l’epilogo una, due, cinque volte finché le parole si imprimevano nella mia mente, indelebili.

    Un giorno capii che scrivendo le mie storie potevo andare ovunque, essere chiunque, immergermi nella più pericolosa avventura usando solamente la mia immaginazione.
    Cominciai a scrivere con un’idea in testa, nata in “collaborazione” con le migliori storie fantasy che custodivo gelosamente nella mia libreria. Le pagine scorrevano a fiumi, le parole uscivano senza controllo e mi resi conto che man mano che la storia proseguiva, un nuovo mondo si apriva davanti a me. Naturalmente non sapevo di aver cominciato qualcosa che non avrei portato a termine, se non dopo oltre vent’anni.
    Scrissi circa centoventi pagine con la mia fidata Olivetti Lettera 35, compagna e custode dei segreti celati dietro gli occhi di un bambini di dodici anni, finché arrivai ad un punto in cui mi resi conto che la storia aveva preso una piega surreale.

    Per anni lasciai quei fogli chiusi nel cassetto e scrissi tante altre storie, pensieri, racconti senza una direzione precisa.
    Dieci anni dopo mi tornò in mente quel plico nascosto nella mia scrivania e ripresi a scrivere daccapo, usando l’embrione di quell’idea e stracciando il resto, questa volta con una maturità diversa, idee nuove e rinnovata energia. Scrissi per due anni, fino ad arrivare ad un altro vicolo cieco e posai nuovamente il tutto nel cassetto.

    Passata un’altra decade e molte altre storie dopo, mi tornarono di nuovo in mente quelle idee e ricominciai a scrivere, fino ad arrivare ad ora. È arrivato il momento di portare a compimento l’opera.

    1. “Tener vivo l’amore per la scrittura è come “far durare una candela nella fredda pioggia di novembre”.
      Citando questa canzone, hai provocato una scossa elettrica nel mio cervello (o quel che ne resta).”

      Ecco, sappi che ora che ti sto rispondendo (e quindi il tuo commento l’ho letto. E in effetti pure riletto) devo proprio dirti che credo tu abbia trasmesso questa scossa elettrica anche al mio cervello.

      “finito il libro, letta l’ultima riga, tornavo sempre qualche pagina indietro per rileggerne l’epilogo una, due, cinque volte finché le parole si imprimevano nella mia mente, indelebili.”

      Tornare indietro. Ripercorrere quei momenti che la corsa del tempo sembra avere sempre fretta di strapparci anche precorrendo i tempi. Fare un passo indietro per fare un balzo avanti. Quante volte lo facciamo? Quante volte, pur non potendo, vorremmo tanto poterlo fare? Rileggere la frase di un libro credo sia un grandissimo atto d’amore verso quel libro e verso se stessi. Perché è come quando si legge e si rilegge un bigliettino scritto da qualcuno che ci ha emozionati, come quando si sta ascoltando una canzone e proprio sulla frase “far durare una candela nella fredda pioggia di novembre” non ci si ferma mai abbastanza. E per questo su questa frase si vuole tornare e ritornare.

      “Un giorno capii che scrivendo le mie storie potevo andare ovunque, essere chiunque”

      Ecco, questa frase direi non solo di scrivercela tutti sui polsi ma di stamparla su tanti tanti fogli e di scriverla sui muri e incidercela in testa.

      “Per anni lasciai quei fogli chiusi nel cassetto e scrissi tante altre storie, pensieri, racconti senza una direzione precisa… È arrivato il momento di portare a compimento l’opera.”

      Una volta arrivati alla fine di questo tuo commento (che più che “solo” un commento mi sembra un vero e proprio… Post gemello) si ha la sensazione di essere stati invitati a qualcosa di grande. Qualcosa come un’inaugurazione. Ma più sentimentale. Qualcosa come un battesimo. Ma più teatrale. Qualcosa come il momento in cui si capisce che per toccare il cielo bastava mettere in piedi quello che già, smontato, si custodiva dentro.

      1. Già, perdona la lunghezza, non era per manie di protagonismo 😉 quando mi si accende quella scintilla (e i ricordi sono la fonte principale d’ispirazione, si sa) parto per la tangente e devo seguire il flusso di parole, cercando di non farmi travolgere – un po’ come nel rafting.

        La scrittura, per me, è sempre autobiografica. Sono perfettamente d’accordo con te: volontariamente o no, ogni frase attinge da noi e i lettori se ne accorgono. Più è vero e “sentito” quello che scrivi (indipendentemente dal genere) più ciò che vuoi dire arriverà alle persone come un treno in corsa o almeno questo è quello che succede a me. Riconosco di non avere mezze misure in questo, come un pochino per tante altre cose.

        Non sei d’accordo con me che, in cucina, un buon piatto può essere delicato ed elegante o forte e deciso? Il gusto non ha vie di mezzo 😉

      2. “perdona la lunghezza, non era per manie di protagonismo”
        La lunghezza è come la passione: non ottiene mai perdono 😉

        “Più è vero e “sentito” quello che scrivi (indipendentemente dal genere) più ciò che vuoi dire arriverà alle persone come un treno in corsa o almeno questo è quello che succede a me”
        Direi che possiamo dire che… Più ti schiarisci la voce per far sentire forte e chiaro agli altri ciò che senti più sarai sentito. Sei d’accordo, Danilo?

        “Riconosco di non avere mezze misure in questo, come un pochino per tante altre cose.”
        Le vie di mezzo si chiamano “di mezzo” per una ragione: sono solo un mezzo, non un fine. Mentre, alla fin fine, è lo scopo che si persegue, la meta verso cui si sta camminando, che fa la differenza 😉

  3. il primo ricordo di me alle prese con la scrittura fu alle elementari, quando per alcuni mesi realizzai un giornalino scritto tutto da me e che leggevano i miei compagni di classe … ricordo ancora la puzza mefitica della colla che usavo per incollare quella che doveva essere la tessera di abbonamento al giornale 🙂

    1. Francesca, cosa mi hai fatto tornare in mente parlando di “colla”!
      Mi hai fatto ripensare a un gigantesco quaderno pieno di immagini ritagliate in cui scrivevo le trame più disparate.
      Ma, dimmi un po’, l’uso della colla almeno teneva incollati al giornalino gli occhi dei lettori? 😀
      Grazie tante per aver condiviso questo ricordo con me e… con noi!

      1. 😀 però vedi? attraverso questa catena di associazioni & ricordi mi hai fatto riassaporare l’artigianalità di quelli oggetti che confezionavamo, il loro essere i frutti concreti, tangibili della creatività

      2. E quando questi “frutti concreti” ci si ritrova a tenerli in mano dopo tanto tempo ci si meraviglia di questa cosa meravigliosa che è proprio la tangibilità, vero?
        Più “arti poietiche” di così! 😀

  4. Nelle mie storie, inevitabilmente e spesso inconsciamente, filtrano dettagli di me stessa ma non giungono mai a creare un’autobiografia. Piuttosto un identikit alquanto vago. Spetterà poi al lettore, se ne avrà voglia, rimettere insieme tutti i pezzi. Narro la vita di qualcun’altro, creo storie che sono sempre state dentro di me ma avevano semplicemente bisogno di prendere corpo. Racconto episodi, attimi, emozioni, gioie e dolori. Descrivo tutte le sfaccettature della vita, o almeno ci provo.
    Per tener viva la mia passione mi lascio semplicemente sorprendere dal mondo intero che, automaticamente, mi dona l’ispirazione per creare nuovi mondi e nuovi racconti; nuove storie in cui viaggiare spensierati, dove perdersi per vivere un’altra vita (ricordandosi però che tutte le storie, come tutte le vite, hanno una fine).
    Non ti so dire quando o perchè ho iniziato a scrivere, so solo che l’ispirazione per la mia prima storia si è presentata mentre stavo organizzando la prima festa a sorpresa della mia vita. Come se la passione per la scrittura avesse atteso parecchio tempo al buio (il “buio” che precede l’arrivo del festeggiato) per poi esplodere con una grinta tale da trascinarmi con sè per il resto dei giorni. Proprio come l’esplosione d’auguri e la pioggia di applausi coinvolgono il festeggiato che è cascato nel piacevole tranello. Per me scrivere è sempre una piacevole trappola dove restare intrappolata.

    1. “Nelle mie storie, inevitabilmente e spesso inconsciamente, filtrano dettagli di me stessa ma non giungono mai a creare un’autobiografia. Piuttosto un identikit alquanto vago.”
      Un identikit! Sì! Un identikit fatto dal lettore che è al tempo stesso “vittima” come “il festeggiato che è cascato nel piacevole tranello” e complice perché quanto per l’autore “scrivere è sempre una piacevole trappola dove restare intrappolato” allora per il lettore restare con l’attenzione incatenata alle pagine è la più dolce delle prigionie.

      “so solo che l’ispirazione per la mia prima storia si è presentata mentre stavo organizzando la prima festa a sorpresa della mia vita. Come se la passione per la scrittura avesse atteso parecchio tempo al buio (il “buio” che precede l’arrivo del festeggiato) per poi esplodere con una grinta tale da trascinarmi con sè per il resto dei giorni. Proprio come l’esplosione d’auguri e la pioggia di applausi”

      Questa condivisione, questo tuo pezzo di vita che hai donato, è, rimanendo in “tema festoso”, davvero un bellissimo regalo.
      Grazie Lidia!

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