Scrittura come cura: uno scritto al giorno toglie il medico di torno

Scrittura come cura: Uno scritto al giorno toglie il medico di torno

Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore (Gesualdo Bufalino)

Per togliere i medici di torno hai sempre sentito parlare della mela, no? Ma a volte, più che un pomo, è una penna che può essere d’oro.

M come Memoria

Il proprio vissuto, anche (e anzi forse soprattutto) quando doloroso può diventare materia grezza da plasmare attraverso l’esercizio della scrittura. Se il dolore fa da sfondo a tutte le foto del presente, sembra perfino sgualcire le foto del passato e di quelle del futuro pare mettere in dubbio perfino la possibile esistenza, la scrittura, al contrario, contrasta questa mattanza di attimi strappati alla vita come fotografie bruciate e offre la possibilità di avere un foglio bianco su cui riversare, come in un album, non soltanto i ricordi che si sono collezionati in un passato, si spera, più felice, ma anche i momenti difficili che si stanno vivendo in questo momento di malattia e che ci si augura di poter riguardare a distanza di tempo sotto una nuova luce.

E come Esternazione

Quando la malattia colpisce lo fa con tutta la violenza di un fulmine a ciel sereno. E tutti vedono la tempesta che sconvolge tutti i piani, i tuoni fragorosi che sostituiscono le risa, i lampi che abbagliano e confondono, la pioggia che lacrima e la nebbia che non permette di guardare più a un futuro in cui non si spera più. Ma dentro il malato? Chi vede davvero il terremoto di emozioni che travolgono tutto dietro la finestra di quegli occhi su cui piove sempre? Per combattere il volto oscuro della malattia la scrittura assume diversi volti. La scrittura si fa tenaglia. Con cui rimanere tenacemente aggrappati alla speranza. Con la scrittura si può tirare fuori tutto ciò che si ha dentro per cercare di calmarsi. La scrittura come lavanda. Gastrica.

D come Descrizione

Cosa fa la medicina narrativa? Guarda al racconto come a un’occasione di rielaborare attraverso la scrittura l’esperienza sconvolgente della malattia. Il paziente diventa così scrittore e trova nella narrazione un modo per comunicare anche al medico che lo ha in cura ciò che vive e prova. In questo modo il paziente “metabolizza” la malattia e il medico può utilizzare questi racconti per comprendere ancora meglio il proprio paziente e essere così una guida ancora più efficace attraverso il percorso terapeutico. Neanche andando a scandagliare tutta la letteratura medica si potrebbe mai riuscire a trovare una descrizione più accorata (e per certi versi anche accurata) di una malattia della descrizione fatta da chi quella malattia la vive continuamente sulla propria pelle e ogni volta in quei sintomi, suo malgrado, ci si immerge e con la scrittura cerca di far riaffiorare in superficie tutte le inquietudini che gli nuotano dentro.

I come Interpretazione

Raccontare la propria malattia e il proprio cammino nella via della cura significa dare al dolore la possibilità di diventare una risorsa. Sia per se stessi che per gli altri. Il paziente comunicando i propri disagi in forma scritta riesce a diventare più consapevole delle sue stesse emozioni perché si trova a sforzarsi di esprimerli comprensibilmente e anche le sue decisioni sono perciò più ponderate. Inoltre condividere le proprie testimoniante può aiutare il medico a comprendere il paziente nel suo complesso e può essere di sostegno a altri pazienti che stanno vivendo la stessa patologia. Del resto, se è vero che “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, se il medico di fronte ai sintomi non può far altro che cercare di interpretarli nel modo più fedele possibile alla realtà, chi meglio del paziente che li vive continuamente sulla propria pelle può fornirgli con il proprio racconto della malattia un potente strumento interpretativo?

C come Catarsi

Scrivere dei propri mali per sfogarsi significa fare della scrittura un terreno su cui coltivare la comunicazione con se stessi. La scrittura diventa così l’occasione per tirare fuori le proprie paure e, attraverso il potere catartico della narrazione, esorcizzare in qualche modo i propri traumi. Scrivere porta a indagare il significato di ciò che si sta scrivendo e anche di fronte a qualcosa di sconvolgente, che spesso un senso sembra proprio non avercelo, sforzarsi di trovarlo comunque un qualche senso vuol dire impegnarsi a trovare un qualche sollievo. Scrivere significa inoltre avere una “prova” del proprio sfogo e poterla rileggere e quindi poterla guardare e riguardare con occhi sempre nuovi.

I come Incanto

Medicina e letteratura nella medicina narrativa vengono a trovarsi sulla stessa traiettoria. Là dove un disagio sembra un treno che ti sorprende sui binari, la medicina della scrittura ti offre una fermata che non ti aspettavi, una stazione in cui non speravi. Nel dolore siamo tutti cigni che deragliano ma la magia della scrittura dona l’occasione di riordinare tutte le note che ci si appunta dentro e punta a regalare l’opportunità di ricominciare, almeno su un foglio, a essere un cigno che ha ripreso a cantare.

N come Nottola

Nella notte della malattia, in quell’incubo oscuro che sembra non volerne sapere di volgere al termine e in cui l’orizzonte dell’alba di una guarigione a volte pare proprio difficile da scorgere, gli occhi della scrittura, proprio come quelli della civetta, possono vedere oltre. La nottola della narrazione può prestare un paio di lenti attraverso cui leggere la propria storia con una forza nuova. E trovare la forza, vivendo e scrivendo ciò che si vive, di continuare a lottare per un finale diverso per la propria vita.

A come Azione

La malattia non dà scampo. Ci sono sofferenze che tolgono la possibilità di scegliere davvero se fare e non fare e cosa fare. Si diventa quasi automi, nei gesti, mentre nel cuore si resta umani. Troppo umani. In un momento in cui anche la libertà di scelta sembra un lusso che non ci si può più permettere la scrittura è invece un’azione che si può decidere consapevolmente di compiere e che si può gestire. In un momento in cui il controllo perfino sul proprio corpo è ormai andato perduto si può controllare il flusso, se non del proprio sangue, almeno delle parole sulla pagina, controllare il battere, se non del proprio cuore, perlomeno delle proprie dita sulla tastiera.

La cura del lettore

Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto (Gesualdo Bufalino)

E tu, caro lettore, quando hai usato la scrittura (quasi) come medicina?  Quando ti sei servito della penna come un bisturi e dell’inchiostro come farmaco per curare qualcosa che ti faceva star male?

 

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34 pensieri su “Scrittura come cura: uno scritto al giorno toglie il medico di torno

  1. Mai. Però è vero che la scrittura fa bene. A me fa bene, perché quando scrivo posso starmene solo – in realtà purtroppo non è vero, ma diciamo che sono solo spiritualmente – e la solitudine ora è l’unica cosa che mi fa bene.

    A me personalmente non cambia nulla se metto per iscritto i miei problemi o i miei mali. Non ne vedo, per me, ovvio, un beneficio. Ma per molti lo è.

    1. Forse nel tuo caso la tua “medicina” sta proprio nel mezzo più che nella destinazione: a “curarti”, più che il risultato della scrittura, più che il racconto nato dall’esercizio letterario, è la solitudine che l’atto dello scrivere ti regala.

  2. Non è altro che quell’esigenza che hanno fatto propria (e sfruttato) le religioni, con la confessione (quanto potremmo dilungarci su questo, eh?), e poi la psicanalisi con un certo Froid … Ma mettendo da parte metafisica e superego, il bisogno di proiettare quotidianamente su carta i propri pensieri è – metonimicamente – nel diario, dove ogni dì annotiamo quel che ci è passato per la vita. Dunque da Dio a Diario, l’importante è provare per quanto possibile a non tenersi dentro niente! E tu lo sai bene, che medico è una parola composta in cui la cura e il parlare sono un tutt’uno.
    Un abbraccio 🙂

    1. “Non tenersi dentro niente” come oppio dei popoli? Che commento stupefacente Gì!
      La metafisica della metascrittura come metateatro terapeutico? Dentro quella parola composta che è “medico” si sta composti ma chi ha la pazienza di andare a vedere di cosa sono composti i pazienti vede che ci sono Persone (che hanno bisogno anche di Parole) oltre agli organi.

      Grazie 🙂

      1. Noi – io e te, esemplarmente – sopravviviamo proprio cercando di non tenerci dentro niente. A volte ci si riesce, altre meno e allora ci si aggrappa a qualsiasi cosa, anche ad un blog; chiunque passi da qui lo sa bene, i commenti sono affettuosi e accaniti testimoni, è la ragione principale (non l’unica, of course!). Grazie a te.
        P.S. Aspetto sempre che da metascrittura si passi a scrittura a metà 😉

  3. Ciao Monia, io ho iniziato a farlo: scrivo di momenti, sensazioni e mi rendo conto che riesco a riviverli con una intensità diversa, come se potessi concentrarmi su aspetti che, in quel momento, non riuscivo a cogliere perchè ero troppo coinvolto. Però poi butto via tutto, forse perchè mi sento già appagato. E’ sempre più bello leggerti. Torno al lavoro!

    1. “Scrivo di momenti, sensazioni e mi rendo conto che riesco a riviverli con una intensità diversa, come se potessi concentrarmi su aspetti che, in quel momento, non riuscivo a cogliere perchè ero troppo coinvolto”

      Hai proprio ragione, Diego: la scrittura riesce, allo stesso tempo, a darti la possibilità sia di rivivere certi momenti con intensità ancora maggiore sia a regalarti l’occasione di “prendere le distanze” da certi avvenimenti e osservarli con maggiore lucidità.

      Per quanto riguarda il tuo buttare poi tutto via… Sai che è una scelta interessante? Viene da riflettere su quanto gettiamo ciò che scriviamo e sul perché (se lo facciamo) lo facciamo…

      Grazie mille 😀

  4. Ciao Monia!

    sul valore terapeutico della scrittura non ci piove, ma credo che possa essere una medicina meno amara.
    Perchè non usarla per concentrarci sugli avvenimenti positivi che ci capitano durante la giornata, oppure come diario per tutti i nostri momenti felici?

    La nostra mente è fatta per ricordare gli eventi negativi meglio di quelli positivi, scrivere i secondi ci aiuterà a stare meglio e ad essere ottimisti a ragion veduta! 😉

    1. Lorenzo! Ma che spunto affascinante c’è in questo tuo commento!
      Come non cogliere al volo il tuo invito a usare la scrittura “per concentrarci sugli avvenimenti positivi che ci capitano durante la giornata, oppure come diario per tutti i nostri momenti felici?”
      Urge qualche esercizio a mo’ di “diario della gratitudine”!

  5. «… un paio di lenti attraverso cui leggere la propria storia con una forza nuova. E trovare la forza, vivendo e scrivendo ciò che si vive, di continuare a lottare per un finale diverso…».

    Riprendo queste tue parole, Monia, mi colpiscono 🙂

    Quando ho scritto per guarire, ho tenuto per me il tutto, interi quaderni di poesie e diari. Dimentico le esperienze negative. A onor del vero ho una pessima memoria.

    Sono d’accordissimo sul valore terapeutico della scrittura. Qualsiasi cosa per me è ammessa. Nel rispetto delle parole, del proprio per stare bene e di quello altrui.

    1. Cara Gloria, tu hai ripreso alcune mie parole che ti hanno colpito ma, sai che c’è? Nulla può colpire di più di un’esperienza personale come quella a cui hai accennato tu qui.

      Credo che oltre alla scrittura in sé e per sé sia terapeutica anche la condivisione delle proprie esperienze di scrittura. Soprattutto quando chi ha vissuto sulla propria pelle il potere catartico della scrittura è in grado di dire, con un ritrovato sorriso che ha una pessima memoria quando si tratta di ricordare le esperienze negative.

      Grazie immensamente per questo tuo straordinario contributo!

  6. Sul fatto che la scrittura sia terapeutica esiste una vasta letteratura. Ma tutta la scrittura, non solo la bella scrittura. Insomma non importa come scrivi, purché tu lo faccia. Questo fino a che resta una cosa privata, altro discorso se i tuoi testi li devi far leggere, allora ci vuole altro. che sò, talento come il tuo ad esempio. Scrivere però aiuta anche in parecchie altre cose: nel definire bene gli obiettivi ad esempio, o nel togliersi dalla testa un chiodo fisso, o magari se qualcuno ne ha voglia per dire qualcosa che non si riesce ad esprimere in altro modo.. certo qui presuppone un minimo di capacità in più. Sai che idea magari scrivere un libro intero per mandare un messaggio ad una sola persona. Carino no? E libera la mente dalle parole non dette che devono in qualche modo uscire, per sé stessi e per il destinatario.
    Quanto alla tua domanda, io la uso spesso per fissare bene il problema, distaccarmene e guardarlo con occhi nuovi. Poi trovo la soluzione. Non sempre, ma spesso mi aiuta molto.

    1. Mister Gir, quanti punti vengono toccati in questo toccante commento!

      1) Un incoraggiamento a chi scrive scritti che restano privati: “non importa come scrivi, purché tu lo faccia”.
      2) Tre buone ragioni per scrivere: perché scrivere aiuta “nel definire bene gli obiettivi ad esempio, o nel togliersi dalla testa un chiodo fisso, o magari se qualcuno ne ha voglia per dire qualcosa che non si riesce ad esprimere in altro modo”.
      3) La scrittura come mezzo per dire finalmente quelle parole chiuse nello scatolone con su scritto “le parole che non ti ho detto”. Tu dici “sai che idea magari scrivere un libro intero per mandare un messaggio ad una sola persona. Carino no? E libera la mente dalle parole non dette che devono in qualche modo uscire, per sé stessi e per il destinatario” e sì, io penso che l’idea sia carina. Anzi, penso sia molto più che carina.
      4) Per quanto riguarda il tuo usare la scrittura per “fissare bene il problema…e guardarlo con occhi nuovi” mi viene da ripensare, se non ricordo male, anche a un tuo post su Pennablu… La scrittura, in effetti, è un po’ come se ti consentisse di affrontare il problema su un terreno neutrale.

  7. Cara amica,
    ho cominciato a scrivere così, per curarmi-sfogarmi. Ero ancora una bimbetta.
    Poi, da dottoressa quale anche tu sei, scrivere è diventata una “cura-relax”.
    Un piacere, uno spazio in cui mi coccolo, o meglio, mi concedo di fermarmi, riflettere e anche sfuggire dalle medicine vere – che ne vedo girare troppe ogni giorno, eh!

    Benvenuta scrittura: quella tenuta per sé, quella buttata giù e buttata via, quella condivisa che sa ispirare altra scrittura.
    Tu ne sei un’artista!

    1. Ma quant’è bello dialogare nei commenti ispirandosi a vicenda? L’immagine di te che bambina scrivi senza fermarti è estremamente evocativa. Quanti quaderni riempiti di parole mi riporta alla mente!

      Bellissimo anche il tuo guardare oggi alla scrittura come a uno spazio in cui ti concedi di fermarti.
      C’è una strofa di una canzone che recita “con me non devi essere niente” e io penso che la scrittura in fondo dica a tutti proprio questo: “con me non devi essere per forza qualcuno. Non c’è un ruolo precostituito che devi incarnare, una pelle prestabilita che devi indossare.” Per continuare con le citazioni canterine direi che la scrittura ti invita solo a guardare alla tua pelle come “carta bianca per il tuo racconto”.

      Grazie di esserci,Francesca!

  8. i momenti in cui ho percepito con più intensità il valore terapeutico della scrittura sono stati quelli in cui la mia ipocondria ha superato il livello di guardia sconfinando in attacchi di panico. in quei momenti era come se la mente e la mano fossero paralizzate, e scrivere era come operarmi senza anestesia. però credo che farlo mi abbia resa più consapevole di certi meccanismi.

    1. “Scrivere era come operarmi senza anestesia…”

      Scusa Francesca ma questa frase prima o poi dovrò assolutamente rubartela perché la trovo indicibilmente bella e… Vera.

      “…però credo che farlo mi abbia resa più consapevole di certi meccanismi.”

      Emozionante la tua consapevolezza di una nuova consapevolezza del dolore passata proprio attraverso un’operazione apparentemente indolore. Ecco, apparentemente.

    1. In effetti, tra gli eccipienti di questo post-farmaco, accipicchia se c’è tanto principio attivo Monioso!

      Per parlare di tesi avrò l’orecchio e la spalla di questo neosociologo sarà sempre disponibile, vero? 😉

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