La narrazione? Gioco di carte con Bruner, Aristotele e te, scrittore

La narrazione? Gioco di carte con Bruner, Aristotele e te, scrittore

Da quando hai sentito parlare del modello di narrazione ad anello tu, che con la scrittura ti senti sposato, non hai dubbi: è proprio una narrazione ad anello quella in cui sei finito dentro. Non si spiegherebbe sennò perché con tutti i progressi che cerchi di far fare ai tuoi racconti e di fare tu con loro alla fine ti ritrovi sempre al punto di partenza. Invece che aspettare che la ruota giri perché non ti siedi ancora al tavolo da gioco e, con le carte che hai in mano, ti metti in azione? Nel frattempo puoi parlare un po’ con me di un certo filosofo di nome Aristotele e di uno psicologo statunitense che di cognome fa Bruner che ha così sintetizzato alcune caratteristiche che è importante possieda una narrazione:

Sequenzialità

Un racconto è un castello di parole mentre gli eventi che vengono raccontati sono mattoni. Perché una serie di eventi diventi una vera narrazione è necessario che questi eventi vengano organizzati, impilati uno sull’altro seguendo una sequenza.

Aristotele storcerebbe il naso di fronte alla sovrapposizione di piani temporali e chiederebbe che la vicenda venga rappresentata dall’inizio alla fine in maniera ben determinata ma, a prescindere dall’unità di tempo o, al contrario, dalla scelta consapevole di un intrecciato spezzettamento di ciò che accade, non si può proprio prescindere dalla consapevolezza della dimensione temporale.

Come direbbe Kant “nessuno può pensare a un prima o a un dopo se non accetta l’idea che esiste una realtà, il tempo, che gli permette di farlo.” In ogni narrazione c’è perciò una fabula che, a prescindere dalle soluzioni per cui si è deciso di optare per l’intreccio, ha una sua sequenzialità.

Nel cinema le sequenze sono più scene collegate tra loro dal filo rosso dell’azione e in una storia sono le lettere, scritte su carta, che da questo filo rosso sono tenute legate insieme. La narrazione è come una partita: non importa come e quanto le carte vengano mescolate sul tavolo, ciò che importa è che le carte, rappresentate dalla sequenza di eventi, siano ben chiare e presenti.

Particolarità e concretezza

Gli eventi hanno senso non solo perché accadono ma perché accadono a qualcuno. Non si può giocare a carte senza giocatori. Perché il gioco abbia senso non basta avere carte interessanti da scoprire ma serve anche avere giocatori capaci di gestire sia mani buone che mani cattive lasciando che la narrazione si snodi attraverso le loro peripezie per sciogliere tutti i nodi di quello che viene raccontato.

Intenzionalità

Nella narrazione i personaggi vengono tirati in ballo per una ragione: per la loro capacità di avere delle precise e motivate intenzioni. Non tanto per la giustezza o per la con divisibilità delle loro motivazioni ma per il solo fatto di averle. Del resto senza intenzione non c’è azione.

In Aristotele la scintilla dell’azione non è soltanto la causa efficiente, ossia quella forza capace di provocare un mutamento sia agendo dall’esterno che agendo dall’interno (come nel caso di una scelta volontaria). A farla da padrone è infatti soprattutto la causa finale.

Tutti noi non facciamo che altro che cercare di dare voce al nostro racconto interiore perché la narrazione che abbiamo dentro è la nostra essenza. E ogni ente mira alla realizzazione della propria essenza.

Siamo tutti dei cantastorie (o storyteller che dir si voglia) in potenza: ci serve solo trovare il nostro fine per diventarlo finalmente in atto.

Opacità referenziale

Il narratore racconta una rappresentazione di fatti più che fatti incontrovertibili. La rappresentazione del resto, lo sapeva bene Aristotele, è tanto cara agli uomini. Di tutti i tempi. Gli eventi sono costantemente condannati a perdere la partita contro il tempo e essere fagocitati dal passato che ha sempre fame di nuovi giorni, ma quando le esperienze vengono rappresentate per mezzo di un racconto allora vengono salvate dal flusso costante del particolare e assurgono a un valore più generale.

Inoltre in un racconto non è importante riprodurre pedissequamente un caso particolare: è più importante raccontare cosa sarebbe potuto accadere se si fossero presentate tutte le circostanze ipotizzate nel racconto che presentare qualcosa che è effettivamente accaduto, un mero evento nudo e crudo. L’arte quindi più che il vero ha come oggetto il verosimile.

Componibilità ermeneutica

L’ermeneutica degli eventi, ossia la metodologia dell’interpretazione della testa e del cuore e delle mani e dei piedi (insomma delle varie parti componenti) una narrazione non può prescindere dal contesto.

Ogni frammento di un racconto non può quindi essere analizzato in sé e per sé ma deve essere sempre contestualizzato. Un po’come l’etica per Aristotele. Quando si racconta una storia si deve perciò sempre tenere conto delle circostanze circostanti alla narrazione.

Questo è importante sia per lo scrittore che per il lettore: da una parte, infatti, il lettore ha la possibilità di comprendere meglio una storia inserendola in un suo preciso contesto ma da parte sua l’autore questo contesto deve essere in grado di costruirlo e ovviamente narrarlo.

Violazione della canonicità

La canonicità non è altro che la cosiddetta normalità. Sono canonici quei momenti in cui gli eventi di una storia scorrono in maniera prevedibile. Quasi noiosi forse. Quasi, appunto. Quasi perché a un certo punto qualcosa accade.

È il fulmine a ciel sereno che riaccende l’attenzione del lettore in un baleno. È il momento in cui sotto i piedi del protagonista si apre un baratro e il personaggio rischia di precipitare. Proprio nel momento in cui sembrava essere sul punto di precipitare la voglia del lettore di non smettere di leggere, di continuare.

La violazione della canonicità è lo squarcio nel cielo di carta di Pirandello. La violazione della canonicità è la scossa provocata delle emozioni violente nella tragedia aristotelica. Quel pathos che rende possibile la catarsi in questo caso non dello spettatore ma del lettore.

In questo agone tocca a un altro retore: il commentatore

  • Cosa ne pensi di quest’elenco di peculiarità della narrazione?
  • Anche quando nelle tue storie costruisci mondi impossibili ci tieni alla verosimiglianza (rispetto al nuovo universo di riferimento, certo) dell’azione?
  • Quando animi i tuoi personaggi come li rendi coerenti con il contesto che hai costruito?
  • Che rapporto hai con i colpi di scena? Da lettore li incassi bene come un Amleto fatto e finito mentre da scrittore ti approcci a essi ancora come un Oreste allibito?
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17 pensieri su “La narrazione? Gioco di carte con Bruner, Aristotele e te, scrittore

  1. Invece di rispondere alle tue domande, Spiritello, uso i commenti per dirti un’altra cosa: mi hai fatto venire voglia di scrivere un racconto, e mi hai anche dato un’idea con questo tuo articolo. Grazie! 🙂

    1. “Mi hai fatto venire voglia di scrivere un racconto e mi hai anche dato un’idea con questo tuo articolo”
      Un commento così è una splendida risposta a qualsiasi domanda!
      Grazie a te Mister Gir 😀

  2. Sull’elenco sono d’accordo.

    Per me la verosimiglianza è fondamentale a prescindere dal tipo di storia che devo scrivere. Anche se fosse una storia su un supereroe o sugli alieni, per me è importante che sia credibile, non mi basta la scusa della sospensione dell’incredulità.

    Alla terza domanda mica so rispondere, nel senso che non mi sono mai posto la domanda quando scrivo un racconto. Però credo che i miei siano coerenti. Lo faccio in modo automatico, attraverso i dialoghi e le loro azioni.

    I colpi di scena vanno studiati bene. Da lettore credo di incassarli bene, quando scrivo cerco di renderli quanto più naturali possibile.

    1. Riguardo la verosimiglianza credo sia proprio interessante il parere di chi, come te, è uno scrittore Fantastico (pure la maiuscola, vedi? ;). Ti ringrazio quindi doppiamente per aver commentato!

      Per quanto riguarda la coerenza dei personaggi la tua risposta mi ha fatto ripensare ad alcuni tuoi articoli in cui parli di dialoghi e di come possano essere funzionali alla descrizione del personaggio: l’uso dei dialoghi è uno dei punti su cui mi sa proprio non ci si alleni mai abbastanza…

  3. Ma davvero si può finire nella narrazione ad anello? Boh.
    Comunque, i punti che hai toccato sono giustissimi: la verosimiglianza in primis, ossia il sottostare a certe leggi anche in un racconto, magari, sci-fi. Perché altrimenti non ci sarebbero regole e diventerebbe parodia.

    Sui colpi di scena, penso che siano necessari. Mi piace quando sono davvero… colpi di scena, magari perché hai creato delle strade che conducevano a svolte che il lettore esperto si aspetta ma che tu non fai avvenire e invece… zak!, gli molli il colpo di scena.
    Che per me può essere anche, per dirti, la più semplice delle risoluzioni di un evento. Tutti si aspettano chissà cosa, o che una cosa finisca male… e invece, un colpo di scena “per sottrazione” 🙂

    P.s. ti ho portato un po’ di spaghetti di soia, un Crispy Mc Bacon e alcuni pancakes con la frutta e gelato.

    Moz-

    1. “Mi piace quando sono davvero… colpi di scena”
      Ecco, con questa frase mi hai fatto pensare a tutti i film così scontati ma così scontati che quando esci dal cinema… Ti dispiace che a essere scontato non fosse il biglietto!
      E trovo interessante la tua idea di colpo di scena “per sottrazione”: che ne pensi di un racconto giallo in cui l’assassino per una volta è Davvero il maggiordomo? 😀

      P.S. Potrei abituarmi a questi spuntini!

      1. Sarebbe bellissimo. Magari poi si scopre che il maggiordomo è l’assassino materiale, l’esecutore, mentre la mente è il morto stesso 😀

        Moz-

  4. Un post ricchissimo di ispirazioni ad altri post, carissima Monia!
    Il tale signor Bruner mi è più familiare di Aristotele: paradosso da vera psyco!

    Quanto ai colpi di scena, sono d’accordo con quello che dici qui sopra.
    Pare così scontato che l’assassino sia il maggiordomo che poi – se lo è davvero – sicuramente l’effetto è “un colpo”.
    Cosa è veramente scontato?

    Un abbraccio,
    Francesca

    1. “Il tale signor Bruner mi è più familiare di Aristotele: paradosso da vera psyco!”
      Tu lo sai che ormaia ogni volta che mi imbatto in qualcosa da vera psyco ti penso, vero? 😀

      “Cosa è veramente scontato?”
      Questa domanda è proprio bella. Così, su due piedi, sai cosa mi viene spontaneo risponderti? Che a essere “scontato” non è per forza quello che già ci immaginiamo. Ma qualcosa che non dice nulla alla nostra immaginazione. Un finale perciò apparentemente più “prevedibile” di un altro possibile può comunque avere un suo valore perché magari ci emoziona molto più di una conclusione che è imprevedibile in modo così forzato da rendere sterile la nostra fantasia.

      Ricambio l’abbraccio e rilancio con un sorriso 😀

  5. Bravissima, sono totalmente d’accordo: il colpo di scena è l’Emozione!
    E quella la proviamo solo coltiviamo l’immaginazione.

    Felice e orgogliosa di essere la tua Psyco di riferimento,
    abbraccio + sorriso = nuova amica!

    1. Sì, credo proprio che la verosimiglianza abbia il suo perché.
      L’arte, del resto, non è la vita. La vita sì che, parafrasando Pirandello, con tutte le sue assurdità può permettersi il lusso di fare a meno della verosimiglianza!

      Benvenuta Barbara, grazie mille per il commento e il complimento: spero di rivederti presto su queste pagine! 🙂

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